Intervista a Gianluca Bevere
Gianluca Bevere: descriveresti con parole tue di cosa ti occupi e del percorso lavorativo che hai percorso?
Mi occupo fondamentalmente di traduzioni (spesso in coppia con madre lingua) e della supervisione degli albi, il cosiddetto lavoro dell’editor, che consiste nel revisionare il testo della traduzione e curare la serie per quanto riguarda le scelte di adattamento, immagini e redazionali,oltre ad altri particolari di tipo tecnico.
Il mio lavoro mi piace,e mi piace ancora di più quando ho a che fare con una serie che adoro.
Credo che chiunque ami i manga e abbia la passione della scrittura, troverebbe questo lavoro piacevole.
Oggigiorno, per essere un buon editor di fumetti giapponesi, credo sia indispensabile una laurea in lingue o in lettere, meglio ancora in giapponese.
Essenziale amare e conoscere i manga, ed essere disposti a una vita lavorativa un po’ movimentata, visto che nell’editoria si è spesso di corsa e per lo più si lavora come liberi professionisti, senza venire assunti.
Io a questo lavoro ci sono arrivato per pura fortuna, senza neppure che lo cercassi, sebbene all’epoca soddisfassi tutti i requisiti necessari.
Diciamo che passione e impegno premiano spesso, sul lungo percorso.
Come procede l'editoria manga in Italia?
Le fumetterie e le edicole scoppiano di manga.
Abbiamo un totale di più di 60 titoli al mese, che spaziano dalle ultime novità ai grandi classici.
Con una tale possibilità di scelta, i consumatori si ritrovano ovviamente in una situazione ideale, con titoli offerti spesso a basso prezzo.
Per gli editori la situazione è invece sempre meno florida: mercato intasato, forte concorrenza, partner giapponesi sempre più difficili da raggiungere e accontentare, ricavi sempre più bassi, lettori sempre più pignoli, e una politica di bassi prezzi che un po’ alla volta si sta rivelando insostenibile.
Insomma, il manga non è più la gallina dalle uova d’oro degli anni ’90. Come già pensavo anni fa, finita l’era delle facili scelte, ovvero esaurito il bacino dei vecchi best seller, ora sopravvivranno solo gli editori più lungimiranti e competenti.
Secondo te che ruolo ha oggi il pubblico femminile nelle scelte dell’editoria manga?
La grande quantità di shojo in vendita dimostra che il numero delle lettrici non è poi così inferiore a quello dei lettori, ma è un pubblico ancora immaturo, che continua a volere sempre il medesimo genere.
Mi spiego: si possono vendere bene seinen e shonen ma i ladies, ovvero i fumetti per donne adulte, non hanno ancora mercato, o almeno così è parso dai pochi esperimenti tentati.
Lo trovo davvero strano: in quanto trentenne, ho sviluppato un certo gusto. Se leggo con piacere storie come Naruto, preferisco tuttavia titoli come Shamo o Berserk, eppure lo stesso non vale per le donne della mia generazione, che ancora prediligono opere rivolte in realtà a un pubblico di adolescenti.
Forse fra qualche anno le cose cambieranno, ma mi chiedo chi avrà il coraggio di fare altri tentativi.
Tra i lettori c’è chi si lamenta delle scelte di adattamento. Ma cos’è , nel tuo lavoro di editor, che ti porta a scegliere tra diverse opzioni?
In realtà sono davvero pochissimi i lettori in grado di potersi lamentare a ragion veduta delle scelte di adattamento di un manga.
Bisogna innanzitutto conoscere bene il giapponese, poi avere il volume originale e confrontarlo con l’edizione italiana.
Chi realmente è capace di tanto?
È pur vero che nei fumetti si trovano spesso evidenti errori di adattamento grafico, o di lettering o di traduzione, ma questa rimane un’altra questione.
Comunque, per rispondere alla domanda, in realtà si traduce e si adatta seguendo il gusto, lo stile e l’interpretazione personale.
Quando studiavo giapponese mi sono sempre chiesto e ho spesso domandato ai miei insegnanti come si potesse tradurre, ovvero come si arrivasse alla scelta dei termini che traducano e rendano perfettamente un testo.
La risposta non esiste,perché fra due lingue senza alcun contatto lessicale e grammaticale come il giapponese e l’italiano, il traduttore deve per forza filtrare il testo con le proprie sensazioni prima di riformularlo tradotto.
Non esiste una diretta e univoca corrispondenza fra parole o frasi, anche perché spesso non esistono i corrispettivi.
Se dico “i love you”, lo posso tradurre solo con “ti amo”, ma se dico “suki desu”, il significato potrebbe essere “mi piaci”, “ti voglio bene”, oppure “ti amo”, e questo era un esempio semplicissimo di interpretazione.
Altre volte, come dicevo, mancano i termini per rendere qualcosa, e quindi bisogna tagliare o modificare o allungare il testo.
Non è affatto semplice, e non è possibile parlare brevemente di un argomento così lungo e complesso.
Per tutte le scelte di adattamento e traduzione io do comunque la priorità al rispetto delle intenzioni dell’autore e alla comprensibilità del testo, perché ritengo siano le componenti di maggior importanza qualitativa e commerciale.
In un’intervista per il Magazine di Jappop,qualche mese fa, parlando di manwha hai affermato “non siamo interessati perché ci sono troppi manga da pubblicare. Aggiungo che in media i manga mi sembrano ancora superiori ai loro cugini coreani”, poi però avete pubblicato Shi hwa mong. Cos’è cambiato?
Non saprei.
In questo caso mi ritrovo fuori dal mio campo professionale, visto che non mi occupo di decidere cosa pubblicare. La mia affermazione derivava evidentemente da un’erronea analisi delle strategie editoriali della casa editrice per cui lavoro.
Aggiungo che di recente ne ho letto qualcun altro di fumetto coreano, e un paio li ho trovati davvero ben fatti. Ripeto, in media, il Giappone è ancora avanti, ma le premesse per una futura valorosa ondata coreana ci sono tutte.
Per conlcudere ti chiederei di parlarci del Giappone,visto che ne sei un grande conoscitore...
Non sono affatto un esperto del Giappone. Ci sono andato quattro o cinque volte e vi ho soggiornato in totale per meno di un anno.
Non vado mai in Giappone per lavoro, ma inevitabilmente ogni volta che sono là è impossibile non lavorare, anche perché il mio lavoro nasce dalla passione per il manga, quindi le cose si mescolano.
Ormai purtroppo andare in Giappone non è più un’emozione.
Lo è stato le prime volte, ma poi, esaurita la magia iniziale della novità,anche il Giappone diventa un luogo come un altro.
Quando hai visto tutto quello che un turista dovrebbe vedere e quando hai fatto quasi tutto ciò che sognavi di fare, rimane poco spazio per l’entusiasmo.
La cosa bella è che ormai sono quasi di casa. In Giappone ho molti amici e conoscenti, e c’è sempre un posto per me o qualcuno da vedere.
Rimane comunque un luogo talmente diverso dall’Italia, che per un po’ è divertente viverci.
Essendo vegetariano, posso mangiare pochissimo della cucina nipponica, ma quel poco che mi rimane mi piace, e ci sono sempre scoperte da fare.
Passo poi giornate intere nelle manga-kissa, ovvero nelle biblioteche-sale da tè, dove a una tariffa oraria si ha a disposizione una gigantesca biblioteca di fumetti, che spazia dalle ultime novità (in monografico o su rivista) ai vecchi classici.
Un paio di anni fa ho passato al pettine una delle più grandi di Shibuya, colmando alcuni buchi della mia “preparazione” e soddisfando vecchie curiosità.
Mi piace anche stazionare nelle librerie, dove osservo le ultime uscite, vedo cosa vende di più, e in pochi giorni di studio recupero tutte le informazioni che mi sono perso in due anni di vita in Italia.
Poi naturalmente faccio un sacco di manga shopping,comprandomi serie intere e ultimi numeri mancanti, finendo per riempire due o tre scatoloni, che poi mi spedisco a casa.
Per un occidentale smaliziato è anche divertente mettere bonariamente in difficoltà o prendere in giro i giapponesi, cosa che regolarmente faccio con amici e conoscenti.
I giapponesi hanno un certo imbarazzo e difficoltà a interagire con gli stranieri, inoltre hanno piccoli tabù,debolezze e manie che mi piace punzecchiare.
Non si toccano,non si guardano negli occhi,non scherzano (e quindi credono a tutto ciò che gli dici), si vestono e mangiano in maniera strana, hanno priorità o pudori strampalati…per me sono degli adorabili e buffi marziani.
L’ultima volta sono stato anche a Karuizawa e a Kusatsu, posti bellissimi immersi nel verde e con delle sorgenti termali da favola. Luoghi unici che consiglio a tutti.
Il viaggio più bello rimane comunque quello del ’98, dove andai a fare immersioni nell’isoletta tropicale di Yonaguni, sita all’estremità sud-ovest del Giappone. Assolutamente meraviglioso!
In Giappone per tanti motivi non mi ci trasferirei mai, ma tutto sommato mi piace come paese.
intervista di Giuseppe Ferro
