Online da Aprile 2006



Intervista a Laura Imai Messina

Vi presentiamo l’intervista a Laura Imai Messina, docente universitaria e ricercatrice a Tokyo, scrittrice, fondatrice del blog Giappone Mon Amour e neomamma del piccolo Sōsuke.
Laura si racconta in una lunga e piacevole intervista, spiegando il come e il perché della sua passione per il Giappone e in particolare per la scrittura giapponese. Spaziando dal passato al presente, Laura ci rende partecipi del suo percorso di vita e carriera, in un continuo articolarsi fra l’Italia e il Giappone.

 

• Gentilissima Laura, innanzitutto ti ringraziamo per averci concesso questa intervista. Parliamo un po’ della tua passione per il Giappone: com’è nata e perché.

La mia passione è nata nell’estate tra il secondo e il terzo anno di università. Stavo seguendo il corso quadriennale di lettere. All’epoca, il mio ex ragazzo era interessato alla cultura giapponese, che io non conoscevo affatto. Per fargli un regalo, ho fatto delle ricerche su internet, pensando a un corso di lingua giapponese come dono di compleanno. Così mi sono imbattuta nella scrittura giapponese e me ne sono innamorata. Un colpo di fulmine a tutti gli effetti. Mi piaceva la linearità del tratto, ma anche il suo essere “varia”, meno densa rispetto al cinese. Questa alternanza tra tratti più densi di inchiostro e linee più morbide, armoniche. Da lì, per sfizio, quasi per hobby, ho iniziato a seguire i corsi di lingua giapponesepresso la Sapienza. Erano forse le lezioni che seguivo con più costanza. Tuttavia, all’epoca non conoscevo nulla della cultura o della letteratura giapponese. Tra i manga, noti alla maggior parte degli italiani, e i libri, io ho sempre preferito i secondi. Poi, negli ultimi due anni di università ho inserito nel mio percorso di studi molti insegnamenti legati all’area giapponese. Direi che da qui è iniziato tutto.

• Cosa ti ha spinto ad andare in Giappone e cosa ti ha poi convinta a rimanere?

La prima volta che sono venuta in Giappone era l’estate tra il terzo e il quarto anno dell’università. Sono rimasta circa un mese e mezzo per lo studio intensivo della lingua. Mi sono trovata molto bene. Facevo home stay e questo mi ha permesso di venire in contatto diretto con i giapponesi. Molto spesso si viene qui in Giappone e c’è una sorta di distanza tra la vita reale dei giapponesi e quella che invece è la quotidianità dello studente straniero. Invece, l’esperienza dell’home stay è stata un po’ il fil rouge,perché dopo la mia laurea sono venuta nuovamente a Tokyo per un anno come studente di ricerca. Il mio campo di studio era, naturalmente, la lingua di cui mi ero invaghita. Prima della discussione della tesi ho fatto richiesta presso la stessa università giapponese e, dopo la laurea, sono partita. Era metà agosto. Allora non pensavo di trasferirmi definitivamente in Giappone. Credevo sarei rimasta un anno e poi sarei tornata a casa dal mio cane, Topo, cui ero molto affezionata. Una volta lì però mi son detta “perché non rimanere un altro po’?” e ho fatto richiesta per il master biennale. Ho vinto la borsa di studio, l’ho preso come un segno. Ad un certo punto,ho cominciato a vivere delle difficoltà a livello emotivo. Non potevo più fare home stay come l’anno precedente e quindi ero stata inserita in un dormitorio. Mi sentivo sola, anche se mi entusiasmava la cultura di questo paese ed ero costantemente stimolata dalla percezione del nuovo, dalla sorpresa. La meraviglia è una cosa che non si esaurisce facilmentequi. Alla fine, al dubbio se tornare in Europa si è sostituita questa attrazione fatale. Probabilmente, sarei rimasta comunque in Giappone, anche se non avessi incontrato mio marito Ryōsuke.

• Quali sono state le difficoltà, se ne hai incontrate, all’inizio del tuo percorso di vita e carriera in Giappone?

Io parlerei della solitudine. Un senso devastante di solitudine, perché sei veramente staccato dal mondo. Gli italiani hanno un modo di relazionarsi più disinvolto. In fondo, noi non seguiamo delle “tappe” di conoscenza, come magari accade ai giapponesi, che vanno rispettate per poter dire di conoscere l’altro. Per gli italiani la conoscenza è più rapida e ci sono meno remore nell’iniziare e chiudere un rapporto. Qui, invece, si preferisce non “aprire” per non dover poi “chiudere”. È più complicato. Quindi, mi sentivo davvero molto sola. Avevo degli amici all’università, certo, ma erano rapporti passeggeri. Quindi la difficoltà della solitudine e del non riuscire a capire la lingua. Il giapponese è una lingua complicatissima, quindi prima di riuscire a capirla bene ci sono voluti degli anni. All’epoca io pensavo di capire. In fondo, questa è un’illusione abbastanza frequente con una lingua come il giapponese. Tu pensi di capire ed è forse anche fondamentale che tu lo pensi, perché se non hai la gratificazione in uno studio così complesso è difficile poi continuare. Però quando sei in tensione, quando hai bisogno di sapere delle cose, quando sei emotivamente poco solido, l’incomprensione ti coglie impreparato. Lì travisi, capisci proprio fischi per fiaschi. Ricordo diversi episodi del genere, piuttosto divertenti. Però in certi momenti ti senti anche diffidato e lì lo stereotipo scatta inevitabilmente. Appena ti senti debole per svariati motivi, subito dai la colpa allo stereotipo. Poi col tempo capisci che non è così e lo superi.

• A proposito degli stereotipi, i giapponesi ne hanno verso gli italiani? Ti è capitato qualche episodio in cui ne emerge qualcuno in particolare?

Dunque, i giapponesi hanno delle idee preconcette. Alla fine lo stereotipo è funzionale alla conoscenza dell’altro. Però, ecco, è banalizzante e me ne rendo conto nella visione che se ne dà in TV. Qui esiste un programma che raggruppa persone provenienti da varie nazioni del mondo e che raccontanoi loro paesi attraverso festività e altro. Per quanto riguarda l’Italia, vengono spesso ingaggiati degli uomini che, in modo ridicolo, cercano di rimorchiare delle ragazze. Come se gli italiani avessero il chiodo fisso della donna. In realtà, ci sono due facce della medaglia. Da un lato, quello positivo, i giapponesi ritengono che gli italiani considerino con molta attenzione e galanteria la donna. Dall’altro, c’è quest’immagine dell’italiano alla continua ricerca di un approccio fisico: l’ormone impazzito, per dirla in soldoni. Ed è umiliante, anche perché non ricordo affatto che i miei amici fossero così. Sicuramente l’approccio di un italiano è più leggero, rispetto a quello di un giapponese. Va però detto che i lati negativi vengono letti sempre in modo divertente, con una risata e mai con disprezzo. C’è una leggera derisione, ma questa è una caratteristica del popolo giapponese applicabile ad altri aspetti. Si potrebbe dire che i giapponesi si approcciano in modo diverso allo straniero occidentale e allo straniero asiatico. Verso gli occidentali c’è forse un amore eccessivo e lo stereotipo non è negativo. Non c’è acredine nel giudizio.



• Sappiamo che sono molti gli italiani che oggigiorno vivono in Giappone per motivi di lavoro e/o studio. Secondo te, come vivono i giapponesi quest’ondata migratoria? Tu personalmente cosa ne pensi?

Io credo non si possa parlare di una vera e propria ondata migratoria. Io non mi sento un’immigrata, per esempio. È molto difficile entrare in Giappone. Hai bisogno di finanze sufficienti ed è questo che fa la differenza. Forse sono gli stessi stranieriad essere insofferenti, magari perché la vivono come una sorta di “competizione” fra loro. Ma non tra i giapponesi. Personalmente non mi è mai capitato di sentire un giapponese lamentarsi a questo proposito. La lingua è talmente complicata e questo paese è di per sé così difficile da affrontare, che un minimo di interesse bisogna averlo per rimanere qui. Altrimenti subentra la frustrazione.

• Cosa ti sentiresti di consigliare a chi vorrebbe o è già in procinto di trasferirsi (per lavoro o studio) in Giappone e in particolare a Tokyo?

Imparare la lingua, assolutamente. I giapponesi ti parlano in inglese, ma finché tu parli solo in inglese loro ti vedranno come l’amico con cui sperimentare la lingua straniera. Rimani e rimarrai sempre lo “straniero”. Io credo che lo straniero debba adattarsi. I giapponesi, per esempio, lo fanno quando vengono in Italia. Allo stesso modo, chi viene in Giappone credo debba fare un piccolo passo indietro. Deve volere fortemente integrarsi e non pretendere che tutto ciò avvenga in tempi brevi. Deve cercare, per quanto possibile, di godere di questa città, che oltretutto è piena di opportunità. Se poi uno intende rimanere per un lungo periodo, consiglio di avvicinarsi maggiormente alle piccole realtà locali, di riuscire a creare delle abitudini, delle amicizie. Continuare ad essere se stessi, parlare come si è soliti fare, per poter rompere la scorza dei giapponesi, ma non rifugiarsi nello stereotipo e attaccarcisi quando qualcosa va male.

• Prima di trasferirti a Tokyo, che idea avevi di questa città e come è cambiata (se è cambiata) nel tempo?

Tutta palazzi, grattacieli, caos, cemento, Shibuya, la cultura pop, poca tradizione e tanta tecnologia. Questa era la mia visione di Tokyo, adesso ovviamente smentita. L’ho trovata a misura d’uomo, forse più di Roma in cui ho vissuto per anni. È una città che cambia sempre; c’è un continuo aprire e chiudere di negozi, e tutto ciò è alienante a volte.
Una cosa che è cambiata da quando vivo qui è l’innalzamento delle rotaie in stile parigino. Quindi molti passaggi a livello sono scomparsi. I treni, in genere, cambiano la città, perché è talmente piena di linee ferroviarie!
Paradossalmente, Tokyo è una realtà molto più ristretta di quanto non si pensi. Qui, la realtà è machi. Una stazione è quasi una città. Quindi Tokyo è più piccola e vivibile di quello che si pensi. Per esempio sul mio passaporto non c’è scritto Tokyo come residenza, ma il nome della“zona-quartiere”al cui interno c’è Kichijōji. Io uso spesso la bicicletta per spostarmi. Prendo i treni solo quando devo raggiungere le università che sono un po’ più distanti da dove vivo. Il problema di Tokyo è che c’è troppa gente ovunque. Se non ami la folla, Tokyo è ingestibile emotivamente.

• Parliamo adesso della tua carriera da scrittrice. Come è iniziata?

In realtà, scrivevo già da tempo, ma erano progetti che non arrivavano mai a una conclusione. Erano racconti abbozzati che rimanevano in attesa di essere rivisti, corretti. Ho cominciato a scrivere “Tokyo Orizzontale” appena ho finito il master biennale. Passavo le ore nei caffè e negli Starbucks, in questi luoghi piacevoli, dove nessuno ti caccia e puoi stare delle ore. Avevo degli appunti all’inizio. Avevo i personaggi di Sara e Carmen, e alcune mini scene. Poche pagine su word, insomma. Ricordo di aver avuto l’idea di questo libro appena arrivata in Giappone. Poi quando ho finito di scriverlo, l’ho stampato e l’ho spedito a diverse case editrici, ma non ho ricevuto nessuna risposta. Poi un amico mi ha consigliato di rivolgermi a un’agenzia letteraria seria, che, a sua volta, l’ha proposto a diverse case editrici fra cui Piemme. Il romanzo è uscito dopo anni dalla stesura, in realtà.

• A quale dei quattro co-protagonisti di “Tokyo orizzontale” ti senti più vicina e perché?

Ripensando al periodo in cui l’ho scritto, sicuramente Sara. Di Carmen avevoil desiderio di rinnovarmi, di ricominciare da capo, soprattutto da un punto di vista emotivo. Ma fra tutti, direi proprio Sara, soprattutto nei rapporti amorosi, di incontro-scontro con la società giapponese. Quei rapporti che finiscono per allargare la voragine di solitudine, acuita da un ambiente che comunque non è il tuo. Quando mi sono trasferita, avevo alle spalle 24 anni di educazione diversa dai miei coetanei di qui. Quindi, prima di trovare un punto di incontro con qualcuno che abbia la tua stessa età, ma un bagaglio culturale diverso, lo scontro è inevitabile. Sara desiderava una relazione in cui “abitare”, come fosse un luogo. In fondo, se ti innamori ed è un amore buono, non basato semplicemente sulla razza, sul fascino del diverso, allora la relazione può essere davvero un luogo da abitare. E se questo luogo è buono, familiare, in cui ti senti a tuo agio, all’interno di un altro luogo come Tokyo, come il Giappone, che non ti è familiare per ovvi motivi, allora diventa tutto più facile. Hai un tramite, qualcuno che ti spiega le cose. Lì molti stereotipi vengono superati. Hai come dei sottotitoli all’incomprensione.

• Sappiamo che stai scrivendo il tuo prossimo romanzo. Hai la possibilità di accennarci già qualcosa?

È un romanzo che uscirà il prossimo anno. Forse a settembre. A differenza del precedente, “Tokyo orizzontale”, non è ambientato in Giappone, se non per una breve parentesi. C’è Roma, in particolare la zona in cui ho vissuto e che conosco.Ma c’è poi un personaggio chiave giapponese, che scardina un po’ i meccanismi. Se dovessi esprimere un giudizio, direi che è un romanzo denso, che tratta temi importanti per me come l’amicizia, la maternità, l’amore come salvezza. Una storia che avevo urgenza di raccontare. A questo libro immagino un seguito, ambientato qui a Tokyo.

•  Hai mai pensato di pubblicare i tuoi romanzi anche in Giappone?

In realtà, non è una cosa a cui mi capita di pensare. Se funzionano, se piacciono, non sarò io a proporli. Credo non dipenda tanto da me, quanto dagli editori giapponesi. Sono loro che, a mio avviso, dovrebbero valutare se siano romanzi traducibili nella loro lingua o meno. Mi piacerebbe da una parte, ma non troppo a dire il vero. Anche il tempo è poco, purtroppo. Tra gli impegni familiari, di lavoro, la tesi di dottorato e il romanzo attuale, al momento non saprei proprio ritagliare del tempo da dedicare anche alla traduzione.

Cara Laura, ti rinnoviamo i nostri ringraziamenti per averci concesso questa intervista. Augurandoti ogni bene per il futuro, ti facciamo un grosso in bocca al lupo!

a cura di Eleonora Blundo (Gennaio 2016)

 

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