Agli inizi del quindicesimo secolo lo Joruri era una forma di recitazione drammatica, declamata da cantastorie erranti con l'ausilio del biwa, strumento a corde della famiglia del liuto.
Il nome joruri derivava da una storia popolare medievale giapponese "Joruri Hime Monogatari" (La storia della principessa Joruri) che rappresentava l'opera di riferimento di antichi cantastorie nipponici, ed anche se col tempo le storie narrate cambiarono, l'originaria associazione nominale tra storia e forma drammatica venne mantenuta.
Nella metà del sedicesimo secolo venne importato dal Regno Ryukyu (Okinawa) il sanshin, strumento a corde dal manico allungato e molto sottile da cui successivamente venne realizzato lo shamisen giapponese, che accelerò un processo in atto nello joruri verso una drammatizzazione cantata delle storie narrate.
Il successo ed il successivo inserimento di questa nuova forma di joruri, più cantato che declamato,in uno spettacolo di marionette (ningyo) è da attribuire all'opera di Gidayu Takemoto (1651-1724) che fondò nel 1684 un teatro per questo tipo di allestimenti, il Takemoto-za, nella zona di Osaka, e di Monzaemon Chikamatsu (1653-1724), considerato uno dei massimi scrittori drammatici Giapponesi di tutti i tempi, che fornì il materiale letterario.
Prima di allora lo joruri si basava su leggende o fatti storici passati, oppure trattava delle geste eroiche dei samurai o della corte imperiale; è a partire da Chikamatsu, con "Sonezaki Shinju" (Suicidi d'amore a Sonezaki) e "Shinju Ten no Amijima" (Suicidi d'amore ad Amijima), pubblicati rispettivamente nel 1703 e nel 1721, che le storie su cui si basava lo joruri trattano di temi attuali e mettono al centro la gente comune, con i propri drammi e le proprie passioni.
Il successo fu talmente vasto e sentito dalla popolazione, da causare un incremento, nel Giappone dell'epoca, dei suicidi a sfondo passionale e costringendo il governo a dichiarare illegale questo tipo di suicidio.
Dall'opera di Chikamatsu e di Takemoto nacque quindi il ningyo joruri, quello che a partire dalla fine del diciassettesimo secolo verrà definito Bunraku, ossia uno spettacolo di marionette accompagnato dalla drammatizzazione musicale dello joruri.
L'apporto di Takemoto fu tale da legare indissolubilmente il proprio nome a questa forma d'arte, definita delle volte come gidayu-bushi.
Nei primi spettacoli al Takemoto-za la marionetta era piccola (circa la metà di quelle attuali) ed occorreva una solo persona per muoverla.
L'anno successivo venne portato a tre il numero degli uomini addetti ai movimenti,su consiglio di un vecchio puparo.
E', infine, il 1736 quando in un teatro concorrente a quello di Takemoto, il Toyotaka-za, vengono portate sulla scena marionette delle dimensioni di quelle attuali (tra 1,30 m e 1,50 m ).
I pupari hanno nomi e compiti ben definiti e sono: lo omo-zukai, ossia colui che si occupa di far muovere la testa ed il viso con la sua mano sinistra, mentre con la mano destra manovra la mano destra della marionetta; lo hidari-zukai, che manovra la mano sinistra della marionetta con la sua mano destra; lo ashi-zukai, che usa entrambe le mani per muovere le gambe ed i piedi della marionetta.
La parte principale spetta allo omo-zukai, cui è affidato il compito di determinare la perfetta sincronia tra i vari pupari, sì da rendere i movimenti della marionetta il più naturali ed armonici possibili, oltre che gran parte del peso della marionetta stessa.
Esiste una carriera all'interno dei pupari, che partono manovrando i piedi della marionetta, poi la parte sinistra per arrivare, dopo molti anni, a manovrare la testa.
Per consentire allo hidari zukai di operare al meglio, lo omo-zukai ricorre a speciali calzature rialzate di altezza variabile tra i 20 ed i 50 cm a seconda della grandezza della marionetta, cioè tra il metro e trenta ed il metro e cinquanta.
Chi ha visto il film "Dolls" di Takeshi Kitano ricorderà che i pupari vestivano un particolare abbigliamento nero, corredato di cappuccio, il cui nome è kurogo (abito nero) e serve per l'appunto a celare questi ultimi agli occhi del pubblico e consentire un maggiore coinvolgimento nella storia rappresentata sul palco.
Non è inusuale vedere però il capo puparo,ossia colui che manovra la testa e la mano destra della marionetta, con un kimono e la faccia visibile, a riconoscimento del prestigio e della difficoltà che il suo ruolo comporta.
a cura di Giuseppe Ferro