Tokyo, anni cinquanta.
Il Giappone ha da poco perso la guerra ed è costretto a guardare in faccia lo spettro della miseria e della disoccupazione.
La Terza Strada (San-Chome) rappresenta il microcosmo ideale in cui convivono diverse persone a cui la guerra ha lasciato un’eredità triste e difficile, alcune sole che convivono con i fantasmi dei familiari morti, altre in cerca del loro spazio vitale.
L’ombra della Tokyo Tower (la torre di Tokyo simile alla Torre Effeil di Parigi) in costruzione è simbolo di una voglia di voltare pagina ed impegnarsi per (ri)costruire sulle macerie fisiche ed esistenziali del paese del Sol Levante.
Basato sul manga di successo di Ryohei Saigan, la pellicola è diretta con stile e inquadrature “televisive” da Takashi Yamazaki, che ne ha curato anche la sceneggiatura, puntando su attori molto conosciuti in patria, come le due attrici Maki Horikita e Koyuki; la prima discreta, mentre la seconda davvero molto intensa e convincente.
È ovvio che l’attuale generazione giapponese non ha vissuto i momenti drammatici del dopoguerra, di un Giappone prostrato economicamente e moralmente; c’è qualcosa, però, in questo film che va al di là della sua più o meno valenza tecnica ed è il messaggio che riesce a trasmettere ad una nazione dove il consumismo, misto al progresso, sembra far sembrare quegli anni un pallido ricordo o un brutto sogno.
Un messaggio positivo e carico di buoni sentimenti, a volte troppo retorico ed ingenuo, di anni difficili e nemmeno troppo lontani, in cui la fede nel progresso univa intere famiglie (intorno al nuovo televisore, per esempio) sullo sfondo della Tokyo Tower in costruzione.
Questo è ciò che rende universale il messaggio del film, che lo rende esportabile in tutti quei paesi dove il dopoguerra rappresentava una nuova sfida di pace e unità contro gli orrori della guerra totale.
Nostalgico e un pelino retorico, con una dose abbondante di buonismo; il solito drammone strappa lacrime che tanto piace ai giapponesi, ma che trova pochi estimatori all'estero.
Nonostante le premesse, in alcuni momenti la pellicola riesce comunque ad emozionare davvero.
Giuseppe Ferro
