Era il 1995, quando alcuni adepti della setta Aum Shiri Kyo fecero un attentato nella metropolitana di Tokyo, usando il gas nervino sarin, causando 12 morti e migliaia di intossicati.
Uno shock per tutto il Giappone difficile da cancellare, un lutto nazionale inaspettato e inquietante che gettò una luce nel torbido universo delle sette nipponiche (simili a molte altre sette sparse per il mondo).
"Canary" prende spunto da questo fatto di cronaca, facendoci capire quanto fosse lacerante il ricordo di quel giorno, anche a distanza di dieci anni (la pellicola è del 2005): si narra di una setta, Nirvana, e di una madre che con i suoi due figli, Koichi e Michiko, abbraccia il misterioso culto lasciando ai responsabili della setta tutti i suoi averi nonché la potestà su i suoi stessi figli.
Il film inizia con Koichi che corre lontano da qualcosa; il regista Shiota parte, quindi, già con una negazione e con un allontanamento; anche se non sappiamo nulla del ragazzo e di cosa gli sia successo, proviamo subito dell'empatia, intuiamo che sta fuggendo da qualcosa di inquietante che incombe sulla sua esistenza.
Tramite alcuni flashback scopriremo i retroscena della sua vita e della sua infanzia negata.
Questo vale ancor di più per la piccola Michiko, motivo per il quale lo spettatore è portato, gradualmente, a odiare la madre che ha abbandonato i suoi piccoli per raggiungere (da sola) la presunta salvezza.
In questo viaggio a ritroso nell'esistenza, un altra infanzia negata, quella di Yuki ragazzina che si prostituisce per pochi spicciolo; un mondo di infanzie negate/tradite/lacerate, quindi, dove le figure di riferimento, gli adulti, sono fosche, impalpabili, incuranti dei danni che infliggono ai giovani protagonisti della storia.
Ha ragione Jasper Sharp (MidnightEye.com) quando dice che vedendo questo film non può non venirci subito in mente Koreeda, il suo stile asciutto ed essenziale, ma soprattutto il film "Nobody Knows", successivo a quello oggetto della nostra recensione, che testimonia come il cinema giapponese viva di una proficua correlazione.
Certo Shiota ha qualche lacuna in più a livello di sceneggiatura, a volte un po' sfilacciata e dispersiva, ma la carica espressiva, l'intensità delle immagini, è molto simile nei due autori.
Un film che va visto e che, pur usando attori molto giovani, risulta genuino ed immediato e, per questo, molto più difficile da digerire.
Giuseppe Ferro
