Credits
kuchu_teien_film_giapponese

Titolo: Kuchu teien
Regia: Toshiaki Toyoda
Cast: Kyoko Koizumi (Eriko Kyobashi), Anne Suzuki (Mana), Eita (Tezuka)
Drammatico, 114'
Giappone 2005

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Hanging Garden

Una famiglia giapponese come tante altre: padre, madre e due figli adolescenti.
Con qualcosa in più e... qualcosa in meno rispetto a ciò che ci si aspetterebbe.
A casa Kyobashi, infatti, c'è la strana regola che nessuno ha segreti per il resto dei famigliari e si può affrontare qualsiasi argomento, anche quelli normalmente ritenuti tabù come il sesso.
Ben presto scopriremo che questa regola su cui si dovrebbe fondare la famiglia felice e armoniosa è solo una messa in scena, una facciata posticcia per coprire le debolezze di una famiglia allo sbando; la realtà non è un dato di fatto, ma una costruzione microsociale: se ti comporti come se la famiglia fosse felice allora la famiglia deve, di conseguenza, essere felice.
Perno di questa finzione è la madre, angosciata per un infanzia turbolenta e traumatica, che ha proiettato negli altri componenti del nucleo familiare le proprie aspettative e il proprio desiderio di vedersi realizzata e felice all'interno della famiglia.


Toshiaki Toyoda ("Pornostar", "Blue Spring") affronta in questo film le disfunzioni comportamentali a livello del nucleo sociale di base.
La società giapponese, ed al suo interno la famiglia giapponese, è come un "giardino pensile", bello e curato, ma senza radici sulla terra ferma, ancorato nel nulla.
Il regista ci racconta questa storia con inquadrature molto raffinate e dai toni caldi, con un utilizzo accurato della fotografia, con una protagonista, Kyoko Koizumi , in stato di grazia (non a caso premiata al Blue Ribbon Award del 2006 come migliore attrice) che da sola varrebbe la visione della pellicola.
Interessanti le riprese con la macchina che letteralmente dondola; proprio come il vaso di fiori appeso nel giardino di Eriko Kyobashi, metafora condensata di tutto il film; o la rotazione di 360° prima del titolo.
Peccato per alcune cadute di stile, su tutte il bizzarro (e poco riuscito) personaggio della nonna, e per alcuni dialoghi che risultano alquanto fittizi; lo stile di Toyoda è ben riconoscibile, con una grande padronanza dell'universo filmico e delle sue regole, poco propenso a scendere a patti con lo spettatore.
Per questo lo si può amare o odiare con la stessa intensità, ma mai metterne in dubbio la padronanza della tecnica cinematografica.

Paolo Montinaro