Credits
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Titolo: Su-ki-da
Regia: Hiroshi Ishikawa
Cast: Aoi Miyazaki (giovane Yu), Eita (giovane Yosuke), Hidetoshi Nishijima (Yosuke), Hiromi Nagasaku (Yu)
Sentimentale, 104'
Giappone 2005

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Su-ki-da

Yosuke è un adolescente che si esercita con la chitarra ogni giorno, vicino ad un fiume, sempre con lo stesso pezzo perché un giorno vorrebbe diventare un musicista affermato.
Yu è una sua compagna di classe che lo osserva, inizialmente da lontano, per poi avvicinarsi e cercare di instaurare un rapporto d'amicizia.
Uno sfortunato incidente però li allontanerà, l'uno dall'altro, per diciassette anni.
Diviso in due parti,una sull'adolescenza dei due ragazzi e l'altra sulla loro maturità, "Su-ki-da" è una storia d'amore che procede lenta, delicata nel suo fluire (come il fiume o le nuvole nel cielo, presenti in tante inquadrature).
La prima parte è sublime, giocata per sottrazione sui silenzi e sugli sguardi, priva di colonna sonora che non sia quella "naturale" e con inquadrature strette su ciascun personaggio di cui ignoriamo quasi tutto ma che ci attrae per l'intensità della recitazione.
Ogni gesto, ogni battere di ciglia, ogni sguardo: tutto diventa essenziale e allo stesso tempo superfluo, quasi la storia che stessimo guardando fosse in realtà specchio di una storia perfetta che non si può raccontare senza perderne l'eccezionalità.
Ed anche quando si è costretti a ricorrere alle parole, queste diventano leggere e si dematerializzano, diventano cornice della Vita, inutile convenzione tra esseri umani che hanno perduto l'immediatezza dei sentimenti.


La seconda parte pecca, di contro, di un eccesso di dialoghi che infrange quel patto segreto con lo spettatore, un patto fondato sull'eliminazione di ciò che è superfluo, giocato su respiri, sguardi negati, su battiti accelerati del cuore.
Ed è proprio in questa seconda parte che la sceneggiatura perde un pò del suo smalto iniziale e sembra avanzare senza una precisa direzione.
Hiroshi Ishikawa, già autore dell'interessante "Tokyo.Sora" mette in scena una storia d'amore pura, senza compiacimenti o facili retoriche, con un cast di altissimo livello confrontato alla giovane età che sfrutta bene la propria fisicità per trasmettere emozioni.
Ogni inquadratura, quasi incollata sui protagonisti e perciò soffocante, provoca talvolta un senso di smarrimento, ci obbliga ad avvicinarci all'Altro senza vergogna o paura; ci rende complici dell'abuso provocato dalla curiosa morbosità dell'essere spettatore,tanto del film quanto delle storie reali che (ci) accadono tutti i giorni.
Una ventata d'aria fresca per il cinema sentimentale giapponese, a volte fin troppo scontato e banale.

Giuseppe Ferro