Basterebbe dire che la sceneggiatura di questa pellicola è opera di Koki Mitani, autore e regista del delizioso "Uchoten Hotel" (2006), per intuire che questo "University of Laughs" diretto da Mamoru Hoshi sia una commedia intelligente e ben scritta, immediata e fresca come poche altre.
Ambientato nel 1940, in un Giappone che si appresta ad entrare nella seconda guerra mondiale, narra le vicende di un giovane scrittore teatrale, Hajime Tsubaki, costretto ad andare al distretto di polizia per far approvare la propria opera dal censore autorizzato.
La censura, in quegli anni, vietava di rappresentare, tra le altre cose, personaggi occidentali o di fare dell'ironia sui costumi o sulle scelte politiche della classe dirigente, per preservare l'ordine pubblico (a loro dire).
Tsubaki, nel tentativo di far approvare la propria opera, prova ad acconsentire a tutte le richieste che l'imperturbabile censore di volta in volta gli pone, in un gioco diabolico per cui per cinque giorni censore e scrittore si ritroveranno nella stessa spoglia stanza a discutere sulla commedia oggetto dello scritto.
Un "processo kafkiano" rinchiuso nei meandri di un palazzo giudiziario fatto di lunghi corridoi e stanze dalle porte chiuse in cui le varie compagnie teatrali si assiepano (e si perdono) nella speranza di un approvazione censoria.
Cosa succede, però, quando è lo stesso censore a farsi trascinare dagli eventi, in un periodo di miseria e sofferenza quale è quello bellico? Ne esce fuori un bel film che non potrebbe esistere senza la magnifica interpretazione di Koji Yakusho, perfetto in ogni gesto ed in ogni battuta.
Girato per lo più con inquadrature fisse su i due personaggi seduti al tavolo, uno di fronte all'altro, Hoshi punta su questa "strana coppia" che si muove e recita in perfetta sintonia.
Divertentissima la scena in cui Matsuo Sakisaka, il censore, entrato con lo spirito nella commedia di Tsubaki, sogna di essere un poliziotto che rincorre un ladro, e gira intorno alla stanza e la stessa stanza gira con lui e per lui.
Una comicità sottile che non risulterà indigesta, come a volte accade, per chi vive fuori dal Giappone.
Chi l'ha detto che un bel film debba per forza far piangere per essere apprezzato dalla critica?
Giuseppe Ferro
University of Laughs
